"Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci
ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte di vivere insieme come fratelli"
Martin Luther King

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Negli anni 80 tutte quelle novità sui computer (con gli occhi di oggi del tutto patetiche) avanzavano con l’idea dichiarata che fossero dedicate agli “intelligenti”. A me i genietti occhialuti non mi sono mai piaciuti, pertanto, ritenni che tutti quelli sfarfallamenti di luci e lucette non fossero per me. Tuttavia, il mio rapporto con il digitale si è avviato, nonostante i genietti, precocemente perché necessario ai compiti della mia formazione. Lo sferragliare di codici su schermo (a fosfori verdi), affascinante per altri, non mi ha mai attratto più di tanto perché era chiaro che si trattava solo di una sequenza ragionata di comandi con relativa attesa di risultati. Naturalmente, i genietti servivano perché il programma bisognava spiegarlo ad un elaboratore pieno di fisime e che poteva ingoiare solo un certo tipo di istruzioni.
In quel periodo i genietti si sono sentiti speciali proprio perché riuscivano a manovrare stringhe e codici mentre altri preferivano chiacchierare con le ragazze del primo anno. Usavano linguaggi macchina con dei compilatori (per esempio il Basic), poi evoluti in sistemi operativi adornati con applicazioni di ogni genere e pronte all’uso. Attualmente, i genietti sono fuori moda perché tutto quello che dobbiamo fare è accendere il PC e fare quello che ci piace senza avere alcuna competenza specifica. Tuttavia, alla semplificazione nell’uso degli elaboratori non ha corrisposto l’avvio della “rivoluzione digitale”. Infatti, l’interfaccia grafica, la più importante innovazione nel rapporto uomo-macchina, non ha realizzato alcun mutamento di paradigma nel modo di utilizzare il software. Se per un attimo non consideriamo l’enorme sforzo tecnico e creativo per consentire anche agli analfabeti (digitalmente parlando) di realizzare in 2 minuti un lavoro che qualche decennio fa avrebbe richiesto anni e anni di formazione, si può affermare che non molto sia cambiato. Attenzione non sto dicendo che il panorama digitale degli anni 70-80 sia simile, anche in parte, a quello di oggi.
L’osservazione è che in termini di svolgimento di un compito razionale o di calcolo i vecchi elaboratori, concettualmente, svolgono i medesimi processi di quelli attuali, con risposte altrettanto valide e sovrapponibili. Per esempio il software di un commercialista di 30 anni fa era utile esattamente come il più moderno degli applicativi di oggi. Ancora una volta è necessario precisare che non sono affatto uguali o con prestazioni anche lontanamente analoghe ma che entrambi utilizzano il concetto di software allo stesso modo. La rivoluzione digitale è nata altrove e non per i numeri, seppure edificata con lo stesso simbolismo.
Nel 1991 Tim Berners-Lee, un informatico del CERN, pubblica il primo ipertesto on line. A vederlo oggi è un semplicissimo sito web con testi e link. In realtà si tratta della prima esperienza di condivisione globale delle informazioni. Con qualsiasi tipo di elaboratore, anche di limitata capacità, da allora in poi è stato possibile avviare un processo di condivisione della conoscenza senza precedenti. Ricordo bene quando bisognava migrare da una biblioteca all’altra o supplicare per l’invio di un articolo via fax (o più verosimilmente per posta ordinaria). A studiosi, studenti e ricercatori non è sembrato vero avere a disposizione sul proprio PC (ovunque nel mondo) ogni tipo di risorsa e riferimento. Invece, per i non addetti l’innovazione di Tim Berners-Lee è passata del tutto inosservata o ritenuta un giochetto per ragazzi troppi soli. Non interessava comprendere che il software da strumento di produzione diventava anche medium di condivisione multimediale. La rivoluzione digitale si avvia proprio da questo concetto di uso distribuito delle informazioni, del sapere e della tecnologia immateriale.
Per un po' non succede niente, i siti web assomigliano a simpatiche (e un po' inutili, considerando i pochi PC connessi a Internet) vetrine pubblicitarie oppure ad aggrovigliati portali straripanti di informazioni. Gli universitari di tutto il mondo ne vanno pazzi; per la gente comune la solita curiosità per smanettoni.
Poi succede tutto in fretta: arrivano gli smartphone, i Social e le connessioni Internet veloci. Questa volta la rivoluzione digitale è per tutti e si delinea la quarta dimensione dell’esistenza umana: il mondo virtuale e la sua condivisione globale. La gente non usa più la tecnologia digitale; ci vive dentro ed entra in relazione con gli altri grazie alla reciproca condivisione delle proprie risorse multimediali. Inconsapevolmente, devo dire. Nessuno si sogna di chiamare Facebook “database relazionale a ricerca estesa”, oppure usando Google non saranno in molti a considerare i risultati delle loro ricerche come il prodotto di algoritmi a struttura AI (Intelligenza Artificiale). A dire il vero non importa nemmeno sapere le caratteristiche del dispositivo in uso; se mi fa pubblicare belle foto su Instagram va bene altrimenti si cambia apparecchio! Quello che importa è la realizzazione della propria identità digitale oltre all’ambizione di connettersi con il maggior numero di persone (o meglio di altre identità digitali). E questa vale per le persone come per le aziende, enti e qualsiasi tipo di organizzazione.
Nella rivoluzione digitale il software diventa materiale di costruzione per un processo di edificazione del tutto simile alla realizzazione di case, palazzi e città del mondo reale, se ancora così possiamo chiamarlo. In questo contesto gli sviluppatori sono maestranze di vario di livello e specializzazione quasi sempre non coinvolti nel progetto generale. Offrono delle “estensioni” facilmente adattabili a svariati contesti, tanto da consentire anche a personale poco qualificato di assemblare sistemi complessi. La mia esperienza nella realizzazione di questo progetto è maturata proprio cercando di mettere insieme le idee e i costrutti dei “Fantastici 4”. Per necessità ho dovuto attingere alle mie limitate skill informatiche per incorporare servizi o scrivere brevi brani di codici di raccordo. Devo dire che verso le fasi finali del progetto mi sono sentito un buon artigiano digitale, in grado di capire il linguaggio tecnico dei web master o le necessità degli sviluppatori. Ma più importante è stato comprendere le finalità del processo di edificazione di uno strumento di comunicazione quale è un sito web; il ruolo della grafica, gli strumenti di analisi di traffico, la contestualizzazione, le riconfigurazioni mobile/desktop ecc, ecc. Se penso che tutto il mondo digitale ruota su infiniti processi edificanti simili mi viene il capogiro.

Cosa avverrà tra 100 anni? Impossibile saperlo, ma noi ragazzi degli anni 80 qualcosa abbiamo intuito. Il movimento cyberpunk è difficile da spiegare ai ragazzi di oggi “always on line”. Dire che allora si immaginava un mondo iperconnesso e dominato dai computer non scompone più di tanto. Tuttavia, dalla lettura del capolavoro dell’epoca, Neuromante (William Gibson, 1984), potrebbero chiarire quello che ancora oggi appare confuso. Nei romanzi cyberpunk si definiva estesamente la vita dell’uomo in un mondo che mescola reale e virtuale. Accessi neuronali, comunità di avatar, lingue in uso non più per umani con umani ma per macchine, pensanti grazie all’AI. Una girandola distopica che di fantascientifico, oggi, inizia ad avere bene poco. La letteratura underground dell’epoca immaginava, se non proprio prevedeva, che la dimensione digitale non era un Matrix, ovvero un habitat artificiale definito a priori da codici e programmi, ma sopratutto una nuova condizione di vita dettata e costantemente modificabile dai suoi abitanti. Progettisti e sviluppatori di sistemi non sono più, o almeno non solo, al servizio di una funzione tecnica ma al modo di vivere degli esseri umani. Pulsioni, desideri, sentimenti, aspettative, vanità e tutto quello che caratterizza la fisionomia di noi umani trovano un adeguato canale nel mondo digitale. E qualcuno, forse in troppi, ci vivono anche meglio. Come azzardava Steve Jobs qualche decennio fa l’informatica non può più definirsi solo in ambito tecnologico ma a cavallo tra le scienze umane, scientifiche e tecnologiche. All’epoca sembrava uno slogan buono per vendere i bellissimi (e costosi) MAC della Apple invece era l’intuizione giusta per immaginare il primo smartphone, l’Iphone, che non a caso ha dato avvio alla transumanza collettiva nel mondo digitale.

Mi fermo qui? Si, inutile andare avanti. Pensieri e pensieri si sprecano osservando questo immenso fenomeno sociale, restando alla fine con più dubbi che certezze. Le conclusioni possibili possono essere solo molto parziali se non ingenue riflettendo su un argomento dalla forte impronta culturale. Però a me è piaciuto provarci lo stesso!

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