"La maggior parte delle situazioni in cui ci mettiamo
non si sarebbero mai spinte così lontano se non le avessimo aiutate"
José Saramago

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Per rispondere a una domanda così delicata chiediamo aiuto a Mauro Destino, specialista in Scienza dell’alimentazione, e a Federico Marolla, pediatra di famiglia che svolge attività di formazione all’interno dell’Associazione culturale pediatri. In sintesi, che il cibo industriale che si acquista al supermercato sia migliore per i nostri figli è un luogo comune.

Perché sarebbe un luogo comune?
Per accorgersene basta ascoltare i telegiornali o leggere i quotidiani: periodicamente, nonostante i controlli siano accurati e capillari, sappiamo di seque­stri o anomalie. “Un recente studio italiano ha riscontrato nel 27% dei cam­pioni di omogeneizzati di carne una micotossina tossica con effetti ormonali (simil-estrogenici), lo zearalenone, prodotta da muffe presenti nelle granaglie usate per l’alimentazione degli animali”.

D’accordo, ma quali certezze abbiamo riguardo al cibo acquistato al mercato?
“Non è detto che il cibo che compriamo al mercato o al dettaglio sia sempre il più sano, ma abbiamo almeno la possibilità di controllare noi stessi cosa andiamo a comprare e, oggi sempre più facilmente, qual è il luogo di produzione; come è avvenuta la coltivazione o l’allevamento, come la raccolta e la lavorazione, quale la certificazione di controllo.”

Cosa sappiamo della sicurezza dei cibi che diamo ai nostri bambini, rispetto all’inquinamento ambientale?
Anche di questo, Destino e Marolla hanno parlato in un libro da loro curato. “Non è sbaglia­to chiedersi se, per produrre e distribuire il cibo che diamo ai nostri figli, l’industria abbia determinato un livello di inquinamento ambientale – in termini di materie prime consumate, petrolio bruciato, rilascio di sostan­ze tossiche nell’ambiente, accumulo di rifiuti non riciclabili – che possa ripercuotersi sugli stessi nostri figli. Siamo infatti oramai tutti consape­voli che i processi industriali debbano assolutamente tendere all’impatto zero, sia in termini di sfruttamento delle risorse ambientali che di rilascio nell’ambiente di sostanze tossiche durante tutto il processo di lavorazio­ne e di smaltimento; non è accettabile che, mentre diamo ai nostri figli cibi lavorati, conservati e controllati, contemporaneamente favoriamo un peggioramento dell’ambiente in cui dovranno vivere loro con i loro figli. Una produzione che tenda al chilometro zero, all’uso di prodotti non tossici per le colture e per il bestiame e alla sostenibilità ambientale deve essere valutata nella scelta del cibo da parte del genitore consumatore.”...

FNOCeO - Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Articolo completo

 
 
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